Il giorno in cui accadde sembrava uno dei soliti lunedì mattina.
Carlo si alzò di malavoglia, sbrigò frettolosamente le sue poche incombenze in bagno e corse in cucina per salutare con un bacio Chiara, la figlia più grande, e trascinarla fuori casa per accompagnarla a scuola (una faticosa seconda media).
“Amore mio ma sei ancora in pigiama? Muoviti per favore che sono già le sette e mezza!”. “Ma guarda che sono già pronta” – rispose lei con rara improntitudine. “OK, OK, basta che ti sbrighi” – replicò Carlo fiaccamente, ormai abbandonata da tempo l’idea di un dialogo sensato con la figlia.
“Ma Matilde dov’è? È ancora a letto” (Matilde, la seconda figlia di otto anni, che andava a scuola accompagnata dalla mamma). “Uh?” – replicò Chiara, alzando appena lo sguardo, prima di rificcarlo nell’iphone.
Trattenendo a fatica l’impulso di scaraventare il telefonino dalla finestra, si rivolse alla moglie, che stava entrando in cucina in quel momento, minacciando sanguinose quanto irrealistiche punizioni a Chiara, se non si fosse alzata all’istante dal tavolo per andare a prepararsi.
“Amore, Matilde dorme ancora? Ieri sera mi era sembrata un poco raffreddata. Forse oggi potrebbe restare a casa.” Lei lo guardò con sufficienza, pensando che fosse uno dei suoi soliti scherzi, tanto frequenti quanto cretini. “Carlo per favore vai a chiamare l’ascensore che siete già in ritardo”, si limitò a rispondere, con tono autoritario.
Con un lieve senso di inquietudine, Carlo andò in camera delle bambine (o delle “ragazze”, come ormai le chiamava). Aprì la porta e dovette prima inginocchiarsi e poi sedersi per terra, combattendo con una potente sensazione di svenimento, simile a gancio per assestato.
Quella non era la stanza delle ragazze. O meglio: certamente lo era. Era la stanza in fondo al corridoio a sinistra, in quella grande casa dove si erano trasferiti da qualche anno. La moglie l’aveva progettata in ogni minimo particolare, ignorando senza pudore i timidi inviti di Carlo a contenere il “budget” delle spese (ma – doveva ammetterlo – aveva fatto un gran bel lavoro).
E insomma lì, in quel preciso punto della casa, c’era da sempre la camera da letto delle figlie, che dormivano in un letto a castello e condividevano un enorme armadio per i loro vestiti, con i loro giocattoli (sempre più ignorati per il maledetto telefonino) affastellati in alcune ceste.
Solo che adesso, aperta la porta, il letto a castello dove la sera prima aveva messo a dormire Matilde (e ne era assolutamente certo: le aveva dato un bacio e avvertito quel lieve calore sulle guance che è sintomo di una bella influenza in arrivo) non c’era più, così com’era scomparso il divano e le ceste dei giocattoli. La stanza appariva ora come la classica camera di una preadolescente, con un letto alla francese nel mezzo e molta confusione attorno.
“Agata, ma che cazzo è successo!” – urlò alla moglie – “DOVE CAZZO È MATILDE?”. Era furioso. Avvertiva una sensazione mai provata nella sua vita: un mix di rabbia, impotenza, incredulità, paura, angoscia, voglia di combattere e stordimento.
La moglie corse in camera e lo guardò sgomenta. Carlo era al centro della stanza, pallido come un cencio ma con gli occhi infuocati. Temette per un attimo per la sua vita (Carlo non le era mai sembrato particolarmente sano di mente, a dirla tutta, ma aveva tante altre qualità e ci si poteva passare sopra). Capì che, qualunque cosa stesse succedendo, era dannatamente seria e chiese, con un filo di voce: “Carlo, ma cos’hai? Perché stai facendo così?”.
“Voglio sapere dov’è Matilde? ORA. E chi ha cambiato i mobili della camera e quando cazzo lo avete fatto? Questa è l’ultima volta che fai qualcosa in casa senza dirmelo. Ma cosa doveva essere? Una cazzo di sorpresa?”.
Lei lo fissò con la convinzione che fosse impazzito. Ignorò il delirio sui “mobili della camera” e si concentrò su quella che appariva come la questione più importante per lui (e, a questo punto, anche per lei): “amore, chi è Matilde?”.
“Ma che cosa stai dicendo? Matilde! Nostra figlia. DOVE L’AVETE MESSA? Io adesso chiamo la polizia!”.
“Carlo, calmati, non so chi sia Matilde. Noi abbiamo una sola figlia, Chiara” (che, nel frattempo, spaventata dalle urla, si era timidamente avvicinata).
Fu qui che Carlo cominciò a dubitare. Tra le sue letture disparate, si era interessato, e molto, anche di psicologia e di psichiatria e sapeva bene cosa fosse un episodio psicotico ma non pensava potesse accadere così, senza alcun preavviso, un segnale di avvertimento, un’aura.
“Matilde… la piccolina…” – balbettò… “Lei..” – sbloccò il suo telefonino e corse a cercare una foto della bambina – “ecco lei… sicuramente ieri le ho fatto un bel po’ di foto al parco… no… ma non ci sono…. lei hai cancellate tu? Perché? Aspetta che ne trovo altre.. no… no… no...”.
Fu in quel momento che il cervello di Carlo decise per lui che tutto questo era troppo. Lo colpì con un bel montante al mento e le luci si spensero.
Si risvegliò nel reparto di psichiatria del Policlinico. Nei giorni e nelle settimane seguenti, diversi medici si avvicendarono al suo capezzale e fu sottoposto a ripetuti esami e a lunghi colloqui. Non risultò nulla fuori posto (“nulla di organico…”, come ebbe a precisargli il primario, con una nota che a Carlo parve lievemente sadica) ma il parere fu comunque unanime: episodio psicotico acuto che, come Chiara corse a leggere su Wikipedia non appena sentì la madre ripetere questa diagnosi al telefono, è: “un disturbo mentale transitorio, seguito dal recupero delle funzioni neuropsichiche.. La durata è tipicamente di poche ore o giorni. Può essere la manifestazione occasionale di un disturbo post traumatico da stress o ansia. Tipicamente, l'episodio psicotico si manifesta in una o più delle seguenti modalità: percezione come se fossero reali di sensazioni inesistenti visive, uditive, tattili, olfattive; allucinazioni; delirio…”.
Insomma, si era inventato tutto. La sua mente, di solito piuttosto funzionale, per qualche ragione aveva ceduto e aveva immaginato una vita dove, insieme alle sue adorate moglie e figlia, vi fosse anche una bambina più piccola, altrettanto amata. Ma non era vero nulla.
Faticò non poco ad accettare la diagnosi (“questa è la fase dell’accettazione. È normale che sia per lei difficile convincersi di quello che le stiamo dicendo”) e, anzi, segretamente, cercò più volte qualche prova che fosse tutto un grande imbroglio e che una cospirazione mondiale lo avesse precipitato in un colossale Truman Show (ma perché?).
Una mattina si presentò addirittura a quella che, nel suo delirio, doveva essere la scuola elementare frequentata da Matilde. Riconobbe, all’entrata, i suoi compagni e la loro maestra (che, certamente - ormai si stava convincendo - aveva visto per caso, passando da quelle parti in chissà quale altra occasione che il suo cervello aveva rimosso) e si mise davanti al suo naso, quasi fosse un papà che stesse accompagnando il figlioletto a scuola, quasi provocandola a riconoscerlo, senza alcun successo.
Tornò un paio di volte e, un giorno, osò: “Buongiorno maestra!”. “Lei chi è?” – rispose lei gelida (anche se lui la ricordava solitamente affabile). “Il papà di Matilde” – disse lui, quasi sussurrando e con il cuore in gola, più che altro temendo di essere rispedito di forza in un ospedale psichiatrico. “Matilde? Ma nelle mie classi non ho nessuna Matilde. Sicuro di non confondersi con un’altra maestra?”
“Oh, sì, mi scusi. Sto sicuramente facendo confusione. Mi perdoni, mi perdoni…”, chiuse lui, allontanandosi frettolosamente, mentre avvertiva chiaramente lo sguardo inquisitore della maestra che gli radiografava la schiena.
Fu quello l’ultimo, sconfortato tentativo di Carlo di negare a sé stesso l’impietosa diagnosi e, a quel punto, si arrese: Matilde non era mai esistita. Il suo cervello, ad un certo punto della sua vita, era andato in pappa e si era avventurato in un delirio da cui, per fortuna, grazie alle cure amorevoli della moglie, della figlia e di valenti medici, era finalmente uscito. Certo, doveva stare in guardia: questi episodi psicotici - gli avevano spiegato - potevano tornare ma, se avesse continuato a prendere le pillole, allontanato per sempre gli alcolici e, soprattutto, abbandonato sul nascere queste idee assurde, aveva ancora buone chance di evitare una ricaduta.
Quella notte pianse a lungo, nel ricordo di questa figlia che, certo non era mai esistita, ma che lui aveva così tanto amato (maledetto delirio!).
Erano ormai passati alcuni anni da quella vicenda. Lui l’aveva quasi dimenticata. Ogni tanto, un occasionale pensiero s’affacciava sulla soglia del suo conscio ma lui lo ricacciava indietro con facilità. Certo, restavano i sogni, ma anche questi si erano diradati, anche grazie a certe pillole che gli avevano prescritto, da prendere la sera e che lo facevano piombare in pochi minuti in un sonno senza sogni, da cui resuscitava la mattina presto, stranamente più stanco di come si era addormentato.
Anche Chiara, ormai al liceo e sempre più assorbita dalla sua giovane vita, e Agata sembravano essersi dimenticate per sempre di quel brutto episodio o, comunque, avevano il buon gusto di non ricordarlo mai.
Carlo aveva preso qualche chilo (forse un effetto indesiderato delle pillole) e una mattina, svegliatosi come al solito di buon’ora, si ricordò di un paio di jeans, un po’ larghi e certamente non più di moda, ma che forse avrebbero ben accomodato la sua nuova circonferenza. Rimestò i suoi vecchi vestiti e lì trovò, brutti come li ricordava ma in effetti molto comodi.
Finì di vestirsi: indossò le scarpe, la cintura e, per dare una qualche forma a questi jeans particolarmente sgraziati, infilò con forza le mani nelle tasche, cercando di sistemarli alla meno peggio. Ed ecco che si accorse di un foglietto di carta nella tasca destra, forse un vecchio scontrino, che tirò fuori.
Era una strisciolina di carta arrotolata, come quella che i ragazzi preparano prima di un compito in classe, per scriverci le formule matematiche, le date di storia, le declinazioni in latino e quant’altro possa servigli per superare la prova.
L’aprì e, per la seconda volta nella sua vita, si sentì sul punto di svenire. C’era scritto, in caratteri maiuscoli e con grafia infantile, dentro un grande cuore disegnato con matita rossa
MATILDE + PAPA’
Completamente stordito, temette di essere ricaduto in un delirio, ma no! Il biglietto era lì, davanti ai suoi occhi, e poteva percepirlo e strofinarlo con le dita.
Senti alcuni passi frusciare alle sue spalle e, d’istinto, rificcò il biglietto in tasca.
“Carlo…”. “Papà…”.
Si voltò di scatto e incrociò lo sguardo d’acciaio della moglie e della figlia: “Carlo, Carlo, ma perché non hai voluto capire? Ora, non potremo fare più nulla per te” …