Urania · IA · Difesa16 settembre 2026

L’Air Force statunitense ha annunciato un nuovo supercomputer

Che cosa è davvero cambiato quando le macchine hanno cominciato a parlarci?

L’Air Force statunitense ha annunciato l’installazione di un nuovo potente supercomputer presso il Department of Defense. Migliaia di processori lavoreranno alla progettazione di nuovi sistemi d’arma, al design di nuova generazione, al miglioramento dei programmi e delle simulazioni di guerra.

Una notizia che sembra confermare gli scenari apocalittici di cui leggiamo in questi giorni e testimoniare l’avvenuta saldatura tra computazione avanzata e industria militare.

C’è però un particolare: questa notizia è di oltre vent’anni fa.

Era il 25 aprile 2005 quando la US Air Force annunciava l’installazione di quello che definiva il più potente supercomputer della difesa statunitense. Il comunicato originale è ancora disponibile qui.

A mia memoria, però, al di fuori di qualche ambito specialistico, una notizia del genere non interessò nessuno. In fondo, si inseriva in un processo che durava da tempo.

La storia moderna dei cosiddetti supercomputer, sistemi progettati per affrontare problemi scientifici e computazionali di eccezionale complessità, comincia negli anni Sessanta e da allora la crescita della loro capacità di calcolo è stata impressionante. Una storia che, peraltro, ci riguarda molto da vicino: due dei primi dieci supercomputer della classifica mondiale TOP500 sono oggi italiani, HPC6 e HPC7 di Eni; e Leonardo del CINECA compare poco più sotto.

Macchine di questo genere vengono utilizzate da decenni per simulazioni meteorologiche e climatiche, ricerca scientifica, esplorazione del sottosuolo, progettazione industriale e farmaceutica. Ben prima dell’arrivo di ChatGPT, dunque, disponevamo già di macchine capaci di sofisticatissime elaborazioni probabilistiche e di una potenza computazionale paragonabile, per ordine di grandezza, a quella delle infrastrutture sulle quali oggi girano gli LLM.

Che cosa è successo, dunque, di così radicalmente nuovo negli ultimi anni da farci arrivare a evocare persino l’Armageddon?

Al di là di possibili ragioni geopolitiche - su cui non mi avventuro ma che pure credo fortemente determinanti - una differenza rispetto al passato appare evidente: quei supercomputer non parlavano con noi, se non attraverso il freddo codice dei programmatori.

Gli LLM invece parlano e parlano assai bene. Si sono cioè impossessati, almeno in apparenza, di quella che consideriamo una delle capacità più intimamente legata alla nostra natura di sapiens: il linguaggio.

Per sessant’anni abbiamo costruito macchine capaci di fare cose che nessun essere umano avrebbe potuto fare. Poi ne abbiamo costruite alcune capaci di fare una cosa che ogni essere umano fa.

Non vediamo ciò che accade nella mente di un altro essere umano. Ne inferiamo l’esistenza anche perché ci parla, comprende ciò che diciamo, risponde, argomenta, scherza, ci contraddice. Quando una macchina comincia a fare le stesse cose, diventa quasi inevitabile attribuirle qualcosa che assomiglia a una mente.

Negli ultimi quattro anni non è cambiata soltanto l’intelligenza artificiale ma il nostro rapporto psicologico con essa.